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Milano, anche la psichiatria diventa “etnica”

È forse la frontiera più affascinante della psichiatria contemporanea, questa terra di confine in cui il disagio psichico è indagato, e curato, tenendo conto della cultura d’origine del paziente - del suo universo concettuale, del suo linguaggio, dei suoi valori e miti, delle credenze religiose di cui è intrisa. 

In questi ultimi anni, la massiccia migrazione verso l’Europa sta certamente ponendo questioni incandescenti a tutti gli Stati che accolgono le persone in fuga; ma ha anche  "costretto" la pratica clinica (prima) e la ricerca scientifica (poi) a fare i conti con una nuova realtà psico-sociale e a elaborare così un approccio multidisciplinare assolutamente inedito, che rappresenta una vera e propria rivoluzione culturale. ll risultato è una nuova prospettiva dell’Etnopsichiatria, in cui psicologia e antropologia, sociologia, geografia, teologia e medicina si incrociano nel quadro storico attuale: oggi che l’indigeno si è fatto migrante, la ricerca sul campo si fa qui, nella “terra promessa” finalmente raggiunta.

Ma la psiche umana ha radici molto profonde, si porta dietro la sua terra d’origine, la sua storia. E allora, per curarla, non resta che avventurarsi in questa terra di confine. 

I problemi psicologici e mentali dei migranti vengono affrontati da numerosi gruppi di ricerca in Europa, e diversi studi sono usciti, recentemente, su importanti riviste scientifiche internazionali. Due, in particolare, sono stati citati da Bernardino Fantini, professore emerito di storia della medicina all’Università di Ginevra, che a Lugano ha partecipato al Forum “Sguardi scientifici sulle migrazioni”, organizzato dalla Fondazione IBSA, in collaborazione con l’Ideatorio dell’Università della Svizzera Italiana. «Se parliamo di salute dei migranti - ha detto Fantini - il problema più diffuso e difficile da affrontare è sicuramente quello delle malattie mentali, che colpiscono queste persone in una misura nettamente superiore, rispetto alla popolazione residente, per svariate ragioni, alcune facilmente comprensibili. Secondo un articolo pubblicato dalla rivista Nature, circa la metà dei rifugiati che vivono in Germania soffre di patologie psichiche, in particolare di disturbi post-traumatici da stress. Altri studi eseguiti in Scandinavia parlano di un’incidenza della schizofrenia e della psicosi tre volte più elevata rispetto ai nativi».

Una delle città di riferimento in Europa per la cura dei problemi psicologici e psichiatrici dei migranti (insomma, per l’Etnopsichiatria) è Milano (infatti, si parla proprio di modello milanese). Il capoluogo lombardo, ancora prima di essere forzato dall’emergenza-migrazione in seguito alle Primavere Arabe del 2010, ha fatto da apripista agli esperimenti europei: nella sua tradizione della cura e della pratica clinica c’è infatti una particolare attenzione sugli irregolari, i senza fissa dimora, che al momento sono stranieri per il 70% (ultimo censimento fatto da Città Metropolitana con progetto RACCONTAMI), in massima parte uomini, donne e bambini - perché questo sono i migranti - che si portano addosso cicatrici indelebili di traumi senza pari.

Cuore pulsante del progetto è l’ambulatorio di etnopsichiatria dell’Ospedale Niguarda Ca’ Granda -  voluto dal dottor Carlo Pagani - che dal Duemila a oggi ha preso in carico circa 2000 pazienti. E il loro numero (una media di circa 300 all’anno - 278 nel 2018) non sembra diminuire, nonostante il drastico calo degli sbarchi in Italia (80% meno del 2017). Il dato non può lasciare indifferenti, anche in termini di prevenzione e della tanto sbandierata sicurezza sociale. E colpisce ancor di più il fatto che il 74% siano maschi, e che il 43% tra loro abbia meno di 24 anni.

«Sono tutti ragazzi in prevalenza africani, che hanno alle spalle storie incredibili di viaggi durati anni, torture e lutti mai elaborati - ci racconta la dottoressa Marzia Marzagalia, da poco nuova responsabile del servizio, nel quale tuttavia ha  lavorato, a periodi alterni, dai suoi esordi (da quel lontano 2000, quando a Milano si aprì il primo Servizio dedicato ai senza fissa dimora e sans papier all’interno del Centro Psicosociale di corso Plebisciti). -  Queste persone manifestano una vasta gamma di sintomi che potremmo ricondurre al disturbo post traumatico da stress complesso, categoria clinica che non viene considerata nel  manuale di codifica dei disturbi (DSM-V). Abbiamo dunque dovuto adeguarci sul campo alle esigenze dei pazienti e studiare nuove strategie di presa in carico, diagnosi e cura».

Che cosa è cambiato?
«Nei primi anni del nostro lavoro di apprendisti etnopsichiatri, i pazienti stranieri erano persone dell’est (per es. le nostre badanti), sudamericani e, in misura minore, abitanti delle ex colonie italiane in Africa (persone che in qualche modo avevano affinità con la nostra cultura). Si  parlava allora dell’effetto migrante sano: il loro disagio assomigliava a quello descritto dai nostri migranti italiani, nasceva dalle difficoltà di adattamento e di integrazione legati soprattutto alle vicissitudini di lavoro e alla lontananza da casa; e dunque i criteri diagnostici e il trattamento psicoterapeutico e psichiatrico non dovevano essere completamente rivisti. I disturbi clinici, seppur invalidanti per le persone più fragili, miglioravano e, spesso, scomparivano con la regolarizzazione lavorativa (le famose sanatorie) e la successiva possibilità di ricongiungere i nuclei familiari, ricreando una rete di relazioni culturali e sociali protettive.
Da alcuni anni, il quadro è decisamente cambiato. Ci troviamo di fronte a persone fortemente traumatizzate, a volte analfabeti, approdati qui con massicce aspettative che vengono ben presto disilluse, accolti nei nostri centri di accoglienza spesso sovraffollati. Le attese, le difficoltà ad orientarsi nel complessissimo universo della burocrazia, la mancanza di progetti a breve periodo: il senso di fallimento, di colpa e di vergogna possono farsi allora devastanti sul piano psicologico. A questo si aggiunge la resistenza culturale nel riconoscerli... cosa non da poco.
Così, i disturbi più frequenti che registriamo dal 2010 si esprimono prima di tutto come sintomi somatici - gli unici a essere riconosciuti e raccontati da chi non ha altre chiavi di lettura, altre parole, nella sua cultura d’origine (l’inconscio, in Africa, è categoria declinata in modo diverso): insonnia, dolori articolari, tachicardia, prurito su tutto il corpo; da questi emergono poi ansia e hiperarousal (stati di allarme continuo), flashback, preoccupazioni amplificate... e, andando ancora più a fondo, depressione maggiore, torpore e ritiro sociale"».

Situazione decisamente complessa, non soltanto dal punto di vista sanitario, ma anche considerando i suoi risvolti sociali. Oggi circa il 30% dei pazienti ricoverati in Psichiatria a Niguarda è straniero, richiedente asilo, rifugiato, senza fissa dimora (tra questi anche parecchi italiani) - realtà non estranea a buona parte delle grandi città d’Italia. Una possibile bomba a orologeria da disinnescare attraverso politiche lungimiranti.

Da dove arrivano i vostri pazienti, come leggete i loro disturbi, come li curate?
«Arrivano dai pronto soccorso e dai reparti di Psichiatria degli ospedali, ma anche dai centri ascolto per senza fissa dimora, dai servizi di prima accoglienza del Comune, dagli SPRAR, e alcuni direttamente dalla strada. Da noi non è indispensabile avere una residenza e una tessera sanitaria, per essere seguiti, almeno all’inizio del percorso. Ma quando arrivano, cerchiamo di attivare il più rapidamente possibile un codice che consenta di prestare le prime cure indispensabili, in attesa della regolarizzazione burocratica. Il nostro modello multidisciplinare (basato su una forte rete sul territorio di soggetti istituzionali e non) si è potenziato proprio grazie alla necessità irrinunciabile di condivisione. Linguaggi medici diversi chiamati a confluire in una lettura univoca e organica ad ampio spettro. È un meticciato culturale, una vera (forse piccola) rivoluzione, se si pensa alla clinica superspecialistica all’americana...
L’approccio terapeutico mette prima di tutto al centro l’accoglienza e la relazione, l’apertura totale alla loro modalità di (non) esprimere il disagio psichico e ai loro metodi tradizionali di cura. Abbiamo bisogno di assoluta flessibilità, davanti a persone che spesso addebitano i loro sintomi al malocchio e che sono abituati all’intervento del marabù (lo stregone), non a quello del medico. Il primo incontro è sempre in co-presenza di psichiatra e psicologo. Accettiamo la commistione tra la loro medicina e la nostra (prendi pure la tua tisana, ma intanto prova le mie gocce...) , mentre tentiamo prima il percorso psicoterapeutico (anche con l’aiuto dei mediatori culturali) e avviamo quello farmacologico solo là dove strettamente necessario».

Da ciò che avete potuto verificare, sono persone che hanno già avuto disturbi psichici in precedenza?
«Bella domanda, mi fa pensare ... e la risposta non è scontata: sì, per ciò che vediamo negli ultimi anni, alcuni di loro sono portatori di disagio o handicap psichico già da prima di subire il grande trauma della migrazione». 

Come a dire che alcuni dei nostri immigrati di oggi non hanno le stesse caratteristiche di quelli che ha accettato la Germania o la Svezia, dove comunque si viaggia su percentuali di pazienti psichiatrici analoghe... 
«Proprio così. E di questo, oggi, è fondamentale tenere conto per costruire progetti riabilitativi diversificati e mirati. Con questa consapevolezza, nel 2013 ci siamo seduti a un tavolo (noi di Niguarda, il Comune di Milano, Labanof [l’Istituto di Medicina Legale] e alcune associazioni come Casa della Carità) e abbiamo creato la  Rete Milanese Vulnerabili, progetto sul disagio mentale che oggi fa passi avanti di continuo. Da quando il capitolo accoglienza è passato alla gestione di Comune e Prefettura insieme (il centro di Niguarda è l’unico nel nord Italia la cui valutazione psichiatrica può decidere le sorti dei richiedenti asilo di fronte alla commissione di vigilanza), le cose vanno meglio e la percezione che stiamo cominciando ad avere, al di là dei proclami politici, è che qualcosa si stia muovendo in termini di collaborazione reciproca».

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Marzagalia, donna dalle ossa sottili e dai pensieri robusti, è psichiatra nel cui sguardo si è depositata l’esperienza di tutta una vita, quella che va oltre i paradigmi della scienza e che non ha bisogno di toni altisonanti. La scienza alla quale è umanamente istintivo affidarsi, perché non ti fa paura.

«Nell’esperienza che ho maturato - dice - la smetti di pensare etnocentricamente, superi le categorie diagnostiche da manuale e ti avvicini all’altro con una disponibilità di ascolto che cambia il tuo modo di essere medico. Io non sono un’etnopsichiatra che ha passato anni in Africa, che può dire di conoscere a fondo usi, costumi, credenze di un particolare popolo; qui è il mondo che viene da me. E allora non vado a cercare le differenze, ma al contrario metto a fuoco le analogie: sono solo queste che creano la relazione... ed è nell’empatia sul dolore profondo di chi ho davanti che trovo il piano di relazione più autentico, quello che mi permette di costruire un ponte per arrivare fino all’altro da me... sapendo che non è poi così tanto altro da me. "In Germania i soldi. In Italia le persone buone" - diceva sempre una ragazza che abbiamo avuto in cura... Noi italiani magari siamo disorganizzati, ma proprio per carattere di popolo abbiamo un livello di sensibilità e attenzione all’altro, di capacità di accoglienza che raramente si trova... e, se riesci a fare di una qualità umana uno strumento di cura, allora il tuo lavoro agisce su un altro piano... l’etnopsichiatria mi ha insegnato soprattutto questo. In questo senso - sottolinea infine la dottoressa Marzagalia - il tema della formazione degli operatori è basilare.  Ma questo è un capitolo a parte che apre il fronte più vivace su cui lavorare nei prossimi anni...».

E noi di Fondazione per la Scienza abbiamo tutta l’intenzione di seguirlo, di approfondire, di capire sempre meglio l’universo misterioso e denso di fascino della psiche umana in tutte le sue voci, i suoi linguaggi, i suoi silenzi che pongono sfide sempre nuove alla scienza di domani.

Stefania Moro
Data ultimo aggiornamento 27 gennaio 2018


Tags: etnopsichiatria, migranti, ospedale Niguarda